L’obesità non può più essere considerata solo un problema estetico è anzi, una malattia molto diffusa e complessa dovuta a fattori genetici, ambientali ed individuali con conseguente alterazione del bilancio energetico ed accumulo eccessivo di tessuto adiposo nell’organismo.
In molti paesi industrializzati colpisce fino ad un terzo della popolazione adulta, con un’incidenza in aumento in età pediatrica: rappresenta quindi, senza dubbio, l’epidemia di più vaste proporzioni del terzo millennio e, al contempo, la più comune patologia cronica del mondo occidentale (in Italia il 45% della popolazione risulta in soprappeso, con un importante ed allarmante 36% in età pediatrica).
In realtà negli ultimi decenni le moderne acquisizioni scientifiche hanno dimostrato come l’aumento di peso sia proporzionale ad un peggioramento della qualità di vita del soggetto e come costituisca un serio fattore di rischio per mortalità e morbilità, sia di per sé (complicanze cardiovascolari e respiratorie), sia per le patologie ad essa frequentemente associate quali il diabete mellito tipo 2, l’ipertensione arteriosa, l’iperlipidemia, la calcolosi della colecisti e l’osteoartrosi.
Tali complicazioni e associazioni sono di gran lunga più frequenti nell’obesità centrale (o viscerale o androide) caratterizzato dal deposito di adipe a livello soprattutto addominale, rispetto a quanto avviene in quello cosiddetto periferico (o sottocutaneo o ginoide).
Ciò premesso, va sottolineato che riguardo al calo di peso, il messaggio da trasmettere è di puntare ad un obiettivo realisticamente perseguibile: si deve mirare non al raggiungimento del cosiddetto “peso ideale”, numero astratto espressione di calcoli che hanno solo valore statistico, ma di quello cosiddetto "ragionevole", intendendo, con tale termine, un peso che permetta buone condizioni di salute fisica, psichica e sociale.
E’ stato ormai ampiamente dimostrato, che è sufficiente una riduzione del 10-15% del peso iniziale, per indurre significativi miglioramenti di ipertensione, diabete e patologie cardiovascolari.
E’ fondamentale sapere però, che perdere peso non è sufficiente, il difficile è perdere la massa grassa, non quella magra, ossia il tessuto muscolare, di per sè molto più pesante del grasso, oltretutto importantissimo, perché può aiutarci a bruciare massa grassa. Una dieta sconsiderata e squilibrata, come risultato, può far perdere tono muscolare, ossia massa magra, quindi, anche se l'ago della bilancia ci dà soddisfazione, in realtà potremmo aver accumulato massa grassa e perso massa magra, con il risultato che pesiamo di meno, ma siamo ingrassati.
Inoltre, spesso l'obeso confonde le emozioni e le sensazioni con la fame. Quindi, mangiare diventa un metodo per soddisfare quasi tutte le proprie esigenze con il risultato, ovviamente, di ingrassare e non aver esaudito i propri reali bisogni. La fame è regolata da meccanismi fisiologici ben precisi che ne bloccano lo stimolo una volta che l'organismo s'è nutrito a sufficienza. Quindi se si continua ripetutamente a mangiare, oltre il proprio fabbisogno, vuol dire che sono subentrati dei fattori di tipo psicologico aventi poco a che fare col bisogno reale di nutrirsi. Quanto detto, fa capire che in questi casi, e sono molto frequenti, “la dieta” da sola può fare ben poco ed e quindi fondamentale attuare un trattamento psicoterapeutico efficace.
La terapia dell’obesità quindi, oltre sicuramente a non poter essere “autogestita”, non si può limitare alla frettolosa prescrizione di una dieta e ad un generico e poco convinto invito all’attività fisica. Vista la multifattorialità dell’eziologia e la molteplicità degli interventi terapeutici, è auspicabile un trattamento integrato che coinvolga il nutrizionista, l’endocrinologo, l’internista, lo psicologo e quando è necessario anche il chirurgo.
Riteniamo che solo così si possa superare il limite delle attuali terapie rappresentato dalla scarsità dei risultati a medio-lungo termine: attraverso un intervento mirato, multidisciplinare, in base alle caratteristiche fisiche e cliniche del paziente obeso.